Agosto di Ferro.
Qualsiasi cosa farai a ferragosto, sai già che non sarà facile, puoi organizzarlo nel migliore dei modi possibile, ma tanto dovrai scontrarti lo stesso con la gente, che a migliaia come una piaga di locuste inferocite si riversano per strada creando unicamente confusione, come non bastasse il caldo che fa. Allora pensi ad un alternativa, magari semplice, le spiagge sono invase, la montagna è intasata, non resta che l’alto mare, perchè no, a ferragosto prendo la barca di legno, quella da pescatore, piccola ma capiente, e vado a largo giusto fino a dove non si sente più il vociare fastidioso della gente, geniale, preparo la roba da portare scendo in spiaggia, spingo la barca a mare ed è fatta.
La spiaggia, già dalle prime ore della mattina inizia ad essere occupata, piccole costruzioni si alzano, dapprima poche, poi troppe, piccole architetture di ombrelloni e lenzuoli si trasformano man mano in vere e proprie baracche improvvisate ma funzionali, con cucina, soggiorno, stanza da letto, e la più importante sala da pranzo. Frigo, scaldavivande elettrico, televisione, compressore a benzina (mica puoi gonfiare tutti i materassini della famiglia con la bocca).
Devo solo raggiungere la mia barca, rovesciarla, spingerla a mare, e vivrò in un altra dimensione, ma c’è troppa gente faccio fatica a localizzare la barca, mi muovo tra i bungalow, tra bambini in festa urlanti e sudati, ma niente, in mezzo a questa babilonia mi sento depistato, ritorno indietro cerco un punto dove posso avere una visione aperta della spiaggia e localizzare con l’aiuto della mia memoria fotografica il punto esatto dove ho lasciato la mia barca.
Più o meno deve essere lì, tra quel monolocale ondulante azzurro, e quella cosa accanto, quella cosa enorme accanto, saranno almeno dodici ombrelloni uniti da centinaia di metri di lenzuola con tema fiorato, la mia barca sarà da quelle parti, praticamente mi è impossibile vedere oltre, mi avvicinerò.
Deve essere la costruzione più grande di tutta la spiaggia, ci metto due minuti per percorrere il suo perimetro e poterla aggirare, ormai ci dovrei essere, ma niente non c’è traccia della mia barca, è pure ora di pranzo, il mare si svuota di gente, sento il suono degli involucri di plastica che si aprono, posate bicchieri e piatti, quasi mi ipnotizzo, mi dirigo verso il castello di ombrelloni, do un occhiata dentro spostando un lenzuolo…e capisco.
I 40 metri quadrati di sala da pranzo improvvisata sulla spiaggia coperta sagacemente come solo un architetto o un carpentiere potrebbe fare, ha al suo esatto centro un enorme tavolo in legno imbandito di ogni ben di dio circondato da almeno venti persone in procinto di ingozzarsi fino al calar del sole, tutto regolare, se non fosse che quel tavolo è la mia barca.
A questo punto è come entrare in un romanzo di Kafka, mi avvicino alla famigliola, che mi ha visto entrare ma mi ignora, con voce amichevole ma decisa pronuncio le seguenti parole:”Scusate, buon giorno, non volevo disturbare ma si da il caso che il vostro tavolo è la mia barca”.
Silenzio classico tipo film americano…
Il capo famiglia, un muratore siciliano, mi accenna un sorriso beffardo, mi fa il gesto con la mano di avvicinarlo, e dice:” Hai una bella barca, non è un caso che l’abbiamo scelta, ma ti do un consiglio, siediti con noi, mangia tutto quello che vuoi, bevi tutto quello che vuoi, e poi…ne riparliamo”.